Dov’è Dio nella Pandemia?

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Quando la vita sembra prevedibile e sotto controllo, è fa­cile eludere le grandi domande o accontentarsi di risposte semplicistiche. Ma in questo momento la vita non è così, per nessuno di noi. Non sorprende che, qualunque sia la vostra fede o il vostro sistema di credenze, i grandi interrogativi della vita stanno venendo alla luce, e reclamano la nostra at­tenzione.
Il coronavirus ci mette tutti di fronte al problema del do­lore e della sofferenza. Questo, per la maggior parte di noi, è uno dei problemi più complessi della vita. L’esperienza ci rende giustamente sospettosi di fronte di “risposte” sempli­cistiche e a facili tentativi di venire a capo di problemi estre­mamente complessi.
Dobbiamo perciò ascoltare l’essenza dell’insegnamento cristiano e di cercare di capirlo, prima di concludere che la feda in Dio non è coerente con l’esistenza del coronavirus o di qualsiasi altra pandemia, malattia o calamità nel mondo naturale. Il cristianesimo secondo l’Evangelo sostiene che l’uomo conosciuto come Gesù, il Cristo, è Dio incarnato, il Creatore fattosi uomo. Al centro di questo messaggio c’è la morte di Gesù Cristo, su una croce appena fuori Gerusalemme. Qui ci poniamo subito la domanda: “Se Gesù è Dio incarnato cosa ci faceva sulla croce?” Ebbene significa che Dio non è rimasto lontano dal dolore e dalla sofferenza umana, ma l’ha sperimentata Lui stesso. Quindi il cristiano non è una persona che ha risolto il problema del dolore, della sofferenza e del coronavirus, ma che è arrivata ad amare e ad avere fiducia nel Dio che a Sua volta ha sofferto. Questa, però, è soltanto metà della storia. Se quella sofferenza fosse stata la fine di ciò che Gesù ha fatto non ne avremmo mai sentito parlare, ma non è stata la fine. Il messaggio che fece scalpore a Gerusalemme durante quella Pasqua, fu che Gesù aveva vinto la morte, era risorto dalla tomba e un giorno sarebbe stato il Giudice Supremo dell’umanità. L’importanza di quel messaggio non può essere sopravvalutata. Affronta una difficoltà fondamentale che la visione atea del mondo è incapace di gestire, cioè il problema della giustizia finale.
Come tutti sappiamo nel corso della storia, milioni di essere umani hanno sofferto gravi ingiustizie e dopo una vita di miseria sono senza alcun rimedio. Senza dubbio questo sarà vero anche per alcune delle molte vittime del coronavirus. Queste persone non hanno ottenuto giustizia in questa vita. Secondo l’ateismo, poiché la morte è la fine non c’è un’altra vita in cui si possa ricercare una qualche forma di giustizia, cioè se non c’è un giudice finale non ci può essere giustizia, ma la risurrezione ci fa capire che la giustizia non è un’illusione e che il nostro desiderio di giustizia non è futile. I malfattori, terroristi, gli uomini e le donne malvagie di questo mondo un giorno affronteranno la giustizia. Spesso quando si fa notare questo aspetto agli atei, spesso dicono che bisogna impegnarsi per la giustizia in questo mondo. Naturalmente operare per la giustizia è un dovere cristiano, ma è importante notare che questo non contribuisce a risolvere la questione della giustizia finale. L’ateismo per definizione non ne conosce nessuna, l’ateismo è un affronto al nostro senso morale, al contrario la Bibbia ci descrive una giustizia finale assolutamente reale. Dio è l’autorità della legge morale e sarà Colui che la difende. Ci sarà di conseguenza un giudizio finale quando troverà adempimento una giustizia perfetta, rispetto ad ogni giustizia che sia mai stata commessa dall’inizio alla fine della storia umana. La giustizia non è uno scherzo. Quando l’apostolo Paolo ha predicato ai filosofi dell’Areopago di Atene, disse pubblicamente che Gesù è stato risuscitato dai morti e stabilito come giudice del mondo. Un fatto che garantisce che in ultimo ci sarà una risposta definitiva alle nostre domande più profonde. C’è una tendenza umana a desiderare che sia fatta giustizia, ma c’è anche una tendenza a reagire negativamente al messaggio della giustizia finale perché solleva la questione della nostra posizione di fronte a Dio. Pertanto tutti noi abbiamo bisogno di una soluzione del peccato e della colpa che si frappone fra noi e Dio, che ne siamo consci oppure no. Secondo l’Evangelo questa soluzione sta ancora nella croce e nella risurrezione di Gesù. Questi eventi non ci danno semplicemente la comprensione del problema del male e del dolore e la soluzione al problema della giustizia, ci mostrano cosa significa il nome di Gesù. “..Perché è Lui che salverà il Suo popolo dei loro peccati” (Matteo1:21). Grazie alla morte e alla risurrezione di Gesù, quanti si ravvedono dal proprio male e dal proprio contributo al dolore e alla sofferenza umana e credono in Gesù come loro Signore ricevono il perdono, la pace con il Dio che ha creato e sostiene l’universo. Una nuova vita con nuove potenzialità e la promessa di un mondo dove la sofferenza esisterà più. Qui la fede cristiana non è in competizione con nessun altra filosofia o religione per la semplice ragione che nessun altro ci offre il perdono e quella pace con Dio che può essere conosciuta in questa vita e che dura in eterno. Quindi un cristiano non è una persona che ha risolto il problema della sofferenza, ma un individuo che è giunto ad amare ed avere fiducia nel Dio che ha sofferto per lui.
*Estratto del libro “Dov’è Dio nella Pandemia?” scritto da John Lennox, tratto dal capitolo 5 intitolato “La Prova dell’Amore”. Casa Editrice: @ADI-Media, Fonte: Hope Faith.

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