Liberati dalla paura

“Poi Giacobbe disse: “O Dio d’Abrahamo mio padre, Dio di mio padre Isacco! O Eterno, che mi dicesti: Torna al tuo paese e al tuo parentado e ti farò del bene, io son troppo piccolo per esser degno di tutte le benignità che hai usate e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo; poiché io passai questo Giordano col mio bastone, e ora son divenuto due schiere. Liberami, ti prego, dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù; perché io ho paura di lui e temo che venga e mi dia addosso, non risparmiando né madre né bambini. E tu dicesti: Certo, io ti farò del bene, e farò diventare la tua progenie come la rena del mare, la quale non si può contare da tanta che ce n’è”.”

(Genesi 32:10-13)

I momenti di paura e di difficoltà, lo sappiamo, fanno parte della nostra vita. In questi giorni, soprattutto, possiamo ritrovarci nella stessa situazione di Giacobbe, che davanti ad un problema più grande di lui, al quale non aveva possibilità di scampare, fu preso da gran paura e angoscia.

Qualsiasi cosa ci incute timore dovrebbe spingerci a seguire l’esempio di Giacobbe. Egli, nel giorno della distretta, invocò il Signore e ne fu tratto fuori (Salmo 50:15). Vogliamo, perciò, prendere il suo esempio e considerare che nella sua preghiera:

Giacobbe si rivolge al Signore come il Dio dei suoi padri, per richiamare il patto che l’Eterno strinse con loro. Infatti alla base della sua preghiera ci sono proprio le promesse di Dio, alle quali spesso fa appello: all’inizio ( Oh Eterno, che mi dicesti: Torna al tuo paese e al tuo parentado e ti farò del bene! ), e anche alla fine ( tu dicesti: Certo, io ti farò del bene… ). Le Scritture sono piene di promesse divine rivolte al popolo di Dio ed è nostro dovere conoscerle per migliorare le nostre preghiere. Le promesse di Dio sono una guida sicura per le nostre richiese e per la nostra fede. Perciò anche se il mondo ci minaccia, appoggiamoci su di esse.

Giacobbe si rivolge a Dio con grande fede e riverenza. Egli non cerca meriti ricordando le sue conquiste, ma si avvicina al Signore non credendo di essersi meritato nemmeno la più piccola benedizione che Dio gli ha concesso. Nessuna benedizione di Dio ci appartiene se non per grazia di Dio. Coloro, perciò, che si considerano indegni delle più piccole benedizioni di Dio, sono i più qualificati a ricevere i Suoi doni. Dio ci aiuti non solo a professarci indegni, ma a considerarci interiormente tali. Perciò, nell’elevare al Signore le nostre suppliche non dobbiamo fare appello alle nostre bravure, ma solo alla grazia di Dio.

Infine, Giacobbe confessa a Dio le sue paure. Per qualcuno questo gesto potrebbe sembrare segno di debolezza, ma portare a Dio le nostre paure non è fragilità, ma saggezza. Grazie a Dio abbiamo la possibilità di presentare le nostre difficoltà a Lui, perché Egli non solo le ascolta, ma le considera con attenzione. Nell’afflizione Giacobbe si rivolge a Dio che Lo ascolta!

Cari fratelli e sorelle, Dio voglia incoraggiarci con queste parole e ricordarci che quando infuria la paura abbiamo un Padre al quale possiamo chiedere di essere il nostro liberatore. Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà. (Salmo 46:1)

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